May I introduce you: Edward Scheller

Conosciamo Edward Scheller da tantissimo tempo, probabilmente da oltre quindici anni. Frequentavamo gli stessi storici posti di Milano, avevamo in comune gli stessi interessi e con il tempo, nonostante abbiamo maturato passioni diverse, siamo rimasti sempre in contatto. A testimonianza della nostra vecchia amicizia abbiamo recuperato delle vecchie fotografie, le abbiamo scansionate e le pubblichiamo qui. Adesso Edward, o Edo, come è conosciuto, sta intraprendendo la carriera di fotografo di moda, e tra uno shooting e l’altro ha voluto dedicare una session fotografica a noi, vestendo (ma a guardare le foto diremmo “svestendo”) una ragazza con i capi Iuter. Presentando questo lavoro abbiamo voluto approfittare per faredue chiacchiere con Edo, in modo che anche voi possiate conoscerlo meglio.

Alberto: Ciao Edo, per partorire questa intervista ci abbiamo messo nove mesi, che forse alla nostra età facevamo un bambino che era anche meglio. Come testimoniano le foto più in basso, quando ci siamo conosciuti andavamo in giro con delle scarpe luccicanti; adesso andiamo in giro con delle scarpe di tela, tra dieci anni ci ritroveremo con le scarpe luccicanti, che si sa che è tutto ciclico. Di una cosa sono sicuro, che tra dieci anni non ci sarà la Fiat 126/WU-MOBILE di Luca Iven. Quindici anni fa eravamo dei marmocchi, c’era l’Indian Caffè, immancabile appuntamento della domenica pomeriggio, c’era il Parco Sempione, il Muretto, c’era Piazza Vetra. C’erano un sacco di storie da raccontare… Tu, in particolare, che cosa facevi?

Edward: In quel periodo credo non avevo in testa altro che i graffiti, cercare di rimorchiare e ubriacarmi… Non necessariamente in quest’ordine! Erano anni spensierati, non mi importava di niente e di nessuno, volevo solo fare piu scritte di tutti gli altri! In ogni caso in quel periodo ho creato legami in posti come l’Indian o Piazza Vetra che sono rimaste tra le amicizie più importanti, su cui posso contare anche oggi.
Rigurdando indietro, capisco che è stato davvero un momento magico. Non ne eravamo pienamente consapevoli perché lo stavamo vivendo in prima persona, ma quei pomeriggi credo ci abbiano davvero segnato, sia nel bene che nel male.
La cosa che mi affascina tantissimo è ritrovare le stesse persone adesso nel mondo adulto, quello del lavoro, e vedere che da quegli sbarbatelli che eravamo ci ritroviamo una generazione di talenti in vari campi, come il vostro dell’abbigliamento o come il mio della fotografia e in tantissimi altri.

La Wu-Tang Clan Mobile di Luca Iven Scarpe luccicanti Nel tunnel di Garibaldi

Adesso cosa fai?

Lavoro come fotografo. Ho iniziato la mia carriera nella fotografia per caso: il padre del mio migliore amico è fotografo di moda, e mi ha arruolato quando avevo solo 19 anni, in un periodo dove non facevo altro che fumarmi spinelli, e mi ha scaraventato su un set fotografico. Non potevo credere che qualcuno fosse pagato per fotografare modelle mezze nude, e come stimolo per iniziare un lavoro non è stato male; poi è arrivata la passione per la fotografia, il creare una luce perfetta per il momento appropriato e trasmettere qualcosa con le immagini e giocare con la moda.
Mia nonna, colei che mi ha cresciuto, era giornalista di moda quindi la moda mi è sempre roteata intorno come concetto: di conseguenza mi sono ritrovato bene in questo ambiente, nonostante arrivassi da una infanzia di graffiti, droga e rap.

Cosa vorresti fare da grande?

Sogno di poter continuare su questa strada: non necessariamente con la fotografia… Guardando da dove sono partito e dove sono arrivato, noto che ho sempre trovato uno stimolo o un modo per esprimermi con le arti visive: prima con i graffiti adesso con la fotografia, in futuro chissà… Mi piacerebbe lavorare anche con il video; sono molto affascinato dalle opportunità di espressione creativa che può regalarti l’immagine in movimento.

Sono sicuro che quegli anni, e quelle situazioni, hanno contribuito a formarci. Quel famoso hip-hop, che poi ognuno interpretava a suo modo, ci ha plasmati. Probabilmente non è un caso se oggi continuo a lavorare con tanti di quelli con cui ho condiviso quel periodo specifico della mia vita. Te compreso.
Pensi che la competizione che c’era al tempo ci ha insegnato a stare in piedi a sto mondo?

Sicuramente! Ognuno nel suo piccolo voleva essere il migliore.
Io volevo vedere il mio nome scritto su ogni muro e metropolitana di Milano e vedere qualcuno che ne faceva di più mi spronava ad uscire ancora di più e rischiare ancora di più per prevalere: credo che adesso sia lo stesso, solo in un altro campo e con altri termini. Anche tu, se vedevi un b-boy più bravo a ballare e a girare sulla schiena, rosicavi e ti impegnavi ad allenarti per batterlo la volta dopo (avete capito bene il CEO di Iuter era un breaker).

Prima di mettere piede nel nostro ufficio per la prima volta, che idea avevi delle nostre giornate lavorative?
Non ne avevo la minima idea, anche perche non vi ci vedevo a lavorare: ci siamo sempre visti in contesti tipo feste, sbronze e bordelli vari, quindi vi immaginavo seduti a contare i soldi, mentre le magliette e tutto il resto si autoproduceva con la sola forza del “troie troie bordello “
Dopo essere venuto a trovarvi posso dire che mi sbagliavo di brutto, questi ragazzi si spaccano il culo!

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